3. Bagliori dai Vangeli
3. Bagliori dai Vangeli

Introduzione al volume di poesie “Bagliori dai Vangeli”.
di Livio Cassinotti

La grande poesia, si sa, nasce sempre da una situazione di sofferenza, raramente fisica, spessissimo psicologica o sentimentale, talvolta sociale. Scaturisce la poesia anche dal crogiolo di una intensa meditazione filosofica o teologica: quando l’uomo alza il capo dalla miseria della terra ai grandi perché dell’esistenza o addirittura intrattiene un dialogo ora fiducioso ora dialettico ora accusatorio col Padre. Bene, prendete un uomo, sinceramente credente, mettetelo nel bel mezzo di questo mondo sconquassato, dategli moglie e figli, fategli guadagnare la vita insegnando: se non impazzisce, se non scende a facili accomodamenti come i più, se mantiene salda la sbarra del timone verso gli obiettivi altissimi della sua missione è perché ha trovato una valvola di sfogo. Quale? Nel caso del nostro Andrea Adriano Giani la poesia appunto.

Cosa canta la sua lirica? La vita. A partire dalla realtà, anche dalla più minuta quotidianità, letta però ed interpretata alla luce degli ideali. Allora scatta la scintilla che da senso al mondo. Come mai da qui vedo, ci dice il poeta, due sole croci in cima al colle più alto? Perché per la terza – quella del non pentito – la mia, il Signore ha la pazienza di aspettare che io mi converta. Come tutti anch’io sogno un mondo fondato sul rispetto, la stima e il perdono. Non c’è questo mondo! E allora che fo’? Mi rattristo? Impreco? No, lo costruisco per quel poco che mi è dato, facendomi povero della povertà di Cristo. Sono forse un Leopardi che invoca la morte liberatoria? No, anzi come il lupo di mare di Ungaretti che subito riprende il viaggio dopo il naufragio, io voglio svegliarmi ancora a primavera, essendomi difeso con ghiaccioli taglienti come lame dal gelido inverno.

Non che la tentazione di esulare dal faticoso quotidiano non sia forte. Dare un taglio a tutto e smettere di lottare è il sogno di molti, ma io so che il buon Dio non ama il capo chino di uno sconfitto della vita, ma la forte personalità di un uomo pugnace che nel corso di un’intera esistenza smetta gli abiti di pagliaccio vagabondo per indossare la veste preziosa della Grazia.

Un capitolo a sé, ma forse il più bello, certo il più intimamente ispirato è quello dedicato alle donne, e massime alla sua. La capacità di sublimare le fruizioni inevitabili di ogni menage e i limiti oggettivi anche della più sorprendente personalità, l’amore sincero e appassionato che ancora dopo sei lustri di routine matrimoniale lega il Nostro di passione sincera e sorgiva alla donna incontrata sui banchi di scuola, generano sorprendenti squarci lirici e inaudite ardite metafore. Non parla di dolore il Nostro. E neppure di sguaiato piacere. In questo si stacca da troppa tradizione vittimistica della nostra letteratura. La vita, si direbbe, se non proprio gli sorride, certo non lo tormenta, gli elementi di positività superano di gran lunga quelli negativi e la volontà di arrancare, di non darsi per vinto, di spuntarla invece di piangere, instancabile.

Come il poeta Giani ci canta tutto questo? Spesso con eloquenza, talora con autentici sprizzi di poesia. Le sue frequentazioni poetiche sono vaste e la sua capacità di rielaborare immagini dando loro altri significati e nuovo splendore non comune. Risenti il Saba di “A mia moglie” quando paragona la sua al libero macaone, che non è un animale domestico, ma pur sempre un insetto del buon Dio. Risenti il Baudelaire di “Spleen” nelle farfalle variopinte paralizzate da ragni con manti di seta. Risenti l’Ungaretti del “Commiato” almeno come anelito a trovare una parola scavata nella vita come un abisso o quello dei “Fiumi” nel fagotto dei miei quattro stracci. Risenti Quasimodo in certi oscuri passaggi ermetici ed anche nella nobile eloquenza di tanto poetare, non però su argomenti civili, ma religiosi. E, a proposito di questi, non risenti Manzoni. La religiosità di Giani si direbbe non istituzionale e liturgica, come quella degli “Inni Sacri”, ma intimista, molto personalistica. Con il Padre Eterno, meglio con suo Figlio, intrattiene un rapporto di familiarità che scavalca ogni codificazione religiosa. E’, Dio, una persona che il Nostro sente vicino a sé, presente nella vita e nella storia.

 
 

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